Il 1 febbraio 2016 l’Espresso pubblica un’inchiesta dal titolo “Psicofarmaci dietro le sbarre: così si annullano gli esseri umani”. Un’indagine sull’uso incontrollato di farmaci all’interno delle carceri italiane. I detenuti chiamano questa usanza “il carrello della felicità”, in grado di calmare (e colmare) ansie, di far passare il tempo, di permettere di resistere. La denuncia di un uso incontrollato di sostanze legali che annienterebbero l’essere umano dietro le sbarre.
La prassi quando arrivi in carcere è sempre la stessa, le foto segnaletiche, i segni particolari, le impronte digitali. Il passo immediatamente successivo è l’incontro con il medico. La prima cosa che ti chiede è se fai uso di psicofarmaci o se sei intenzionato/bisognoso di prenderli. Per una persona che entra lì dentro “pulito” e non li ha mai provati c’è un attimo di indecisione. Se non avevi mai pensato di prenderli, ti ci stanno facendo pensare adesso.
Inizialmente decidi di affrontare tutto da lucido. Scegli di non parlare con nessuno, di non socializzare con gli altri detenuti perché hai deciso di cambiare la tua vita e i discorsi sono sempre gli stessi, le rapine, gli spacci, la droga, gli assassinii, le infamie. Ti isoli tra la palestra e la cella. Quando inizi a dormire poco il carcere si fa più duro. Se non dormi fai la doppia galera, di giorno e di notte. Forse la via più semplice è prendere i farmaci. Chiedi un incontro con il medico ed è lui stesso che ti chiede cosa vorresti prendere, tu indeciso rispondi “mah, una tavor”. Così sia. Basta chiedere.
In alcune carceri l’infermiera passa con il “carrello della felicità” solo al mattino, consegnando le terapie, a chi ne ha prescritte per dopo pranzo o la sera, tutte insieme. I detenuti prendono il bicchierino e mettono da parte per le ore seguenti o per prenderle contemporaneamente.
C’è anche chi non ne sente il bisogno e non ne fa uso, ma si fa prescrivere comunque i farmaci per poterli accumulare e poi usarli come merce di scambio, come fossero soldi. Si comunica al medico di aver bisogno di tre somministrazioni di tavor al giorno (mattina, dopo pranzo e sera), così, alla fine della settimana, si ha accumulato una ventina di pillole. I soldi dei carcerati. Questo è il commercio in carcere. Psicofarmaci utilizzati come mezzo di scambio per pagare prodotti che altrimenti non ti potresti permettere. Si danno via le tavor per un pacchetto di tabacco o un pacco di caffè. Un ritorno al baratto per sopravvivere.
Non solo pillole. Anche la terapia in gocce si può “imboscare”. Quando passa l’infermiera con il bicchierino, fai finta di berlo, lo risputi e lo travasi in una bottiglietta di plastica trasparente e, se passa il controllo, sembrerà semplice acqua. Ci puoi fare l’accumulo per prenderle tutte insieme sballandoti di più, conservarle per quando sei più nervoso, oppure metterle da parte per barattarle.
In carcere ci sono molti tossicodipendenti. A loro la dose prescritta non basta mai, perché, se il tossico ha una busta, ne vuole due, se ha una tavor, ne vuole tre. Il fine non è dormire, ma sballarsi. Con loro lo scambio di psicofarmaci in cambio di tabacco o caffè è garantito.
Quando entra in carcere, il tossicodipendente è in astinenza. E, se l’astinenza è difficile fuori, figuriamoci dentro un penitenziario, dove l’aria è stretta e pesante, dove ci si scontra con il trauma della reclusione. Si rischia di impazzire.
Dichiararti tossicodipendente, nonchè nervoso e ansioso, ti fa guadagnare la prescrizione di minias e anche di rivotril (o valium, talofen, tavor).
Un po’ perché sei tossico, un po’ perché ci marci, un po’ perché non ti basta mai, comunque ti fai prescrivere il possibile. Se ci riesci, ammucchi farmaci così da poterti sballare bene una volta sola. Succede che qualcuno si senta male, qualcun altro è morto. Suicidio?
Ci sono tossicodipendenti che non avevano mai provato i farmaci e che scoprono una nuova dipendenza. Quando escono dal carcere o si rifanno di eroina o si iniettano i farmaci direttamente in vena.
Poi ci sono gli alcolici. Puoi comprare vino o birra solo se non hai la prescrizione degli psicofarmaci. Puoi non berlo durante i pasti, “imboscarlo” ed accumularlo per prenderti la sbornia. Poi in cella un goccio di vino per una pillola di talofen.
Se conosci qualcuno in carcere che fa la grappa o il sidro, abbinato allo psicofarmaco è una festa. Così le giornate passano. Solo che quando esci da lì sei un vegetale. C’è chi prima di entrare in carcere stava bene, poi è uscito fuori di testa, si è rovinato. Anche perché non sono solo i tossici a fare uso di psicofarmaci, ma anche chi non ne aveva mai fatto uso.
Ci sono anche quelli che non prendono niente. I salutisti, quelli che fanno sempre palestra e che riescono a dormire. Sono quelli abituati a stare in carcere, che sanno quanto durerà la propria pena e la loro famiglia manda i soldi.
Alcuni di loro sono contrari al farmaco e ti boicottano se ne fai uso. Ti snobbano se prendi i farmaci, ti chiedono di smettere, perché, “se non la fai finita diventi una merda”, oppure ti dicono “qui dentro non c’è nessuno che prende la terapia, quindi vedi di smettere perché non vogliamo che il carrello delle medicine si fermi davanti questa cella”. È una questione di immagine, di onore. Chi non prende niente è più duro.
Ci sono tre tipologie di detenuti. Quelli che non vogliono avere niente a che fare con gli psicofarmaci, quelli che se li fanno prescrivere per usarli come merce di scambio e quelli che invece se ne prendono a iosa.
Lo psicofarmaco, la droga di stato. A chi gestisce e lavora nelle carceri fa comodo saperti tranquillo e che non combini casini. E la sanità spende tantissimo.
L’articolo de “L’Espresso” al link: http://goo.gl/FKj70l